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ORSANTE. Il racconto della domenica di Claudio Bargelli

L’ORSANTE

Alta Val Ceno, giugno 1912
Ne conosceva la voce. La voce del fiume. Borbogliante ruscello dalle alpestri sorgenti del monte Penna, via via più impetuoso tra le strette gole per digradare lentamente verso la collina per unirsi al Taro. Cullata dallo sciabordìo della corrente, la bianca spuma gorgogliante nel sassoso greto, Leontina sedeva per ore sulle sue sponde. Ne ascoltava il canto. Melodioso, ammaliante. Il fiume le parlava. Le raccontava sempre nuove storie. E la portava con sé. Lontano, lontano…
Figlia di Gustavo il mugnaio e Agnese, Leontina era diversa dai suoi coetanei. Ancora adolescente, non amava giocare con loro. Rapita dalle lusinghe del vento che si insinuava tra le aspre, dirupate gole montane, trascorreva lunghe ore in sintonia con la natura. Il viso assorto, rivolto alla superficie dell’acqua. Osservava le dorate, guizzanti trote che volteggiavano in ardite acrobazie fuori dall’acqua prima di rifugiarsi negli oscuri anfratti scavati nella roccia. Dietro le spalle, il bosco. Con i suoi silenzi e le sue ombre…
Su quelle desolate solitudini fiorivano antiche leggende. Quando era piccola i genitori le proibivano di immergersi nelle gelide acque del fiume. Si diceva che là sotto si spalancassero orride voragini da cui affioravano strane creature acquatiche. Avvinghiati alle sue esili caviglie, viscidi mostri l’avrebbero trascinata nelle profondità dell’inferno. In un mondo senza sole e senza luce. Al buio. Laggiù abitava il Male. E poi c’era l’altra leggenda. Una storia vecchia, molto vecchia. Quella di Biagio l’orsante, il barbuto e claudicante giramondo. Irsuto, guercio, la voce cavernosa, il ghigno che terrorizzava i bimbi, attraversava i paesi di montagna con l’inseparabile orso Romeo al fianco. Strimpellava una sfiatata fisarmonica nelle fiere di paese in cambio di pochi spiccioli. Un’esistenza raminga e senza conforto. Ultimo di nove figli, lasciati alle spalle gli stenti di una famiglia contadina poverissima Biagio, nel fiore degli anni, si era incamminato lungo i sentieri del mondo alla ricerca di una vita migliore. Artista errabondo, imbonitore da quattro soldi, squallido guitto ferito nell’anima, aveva valicato i monti per inoltrarsi in paesi lontani. In remote contrade. Estate e inverno avvolto nella scura e rattoppata palandrana con il bisunto cappello sulle ventitré, Biagio rallegrava le fiere paesane facendo danzare al suono della fisarmonica il fedele bestione. Inseparabili compagni, avvinti da un indissolubile destino. Un uomo rude, selvatico, scorbutico. Forse non malvagio, ma solo. Disperatamente solo. Una natura crudele e matrigna ne aveva inasprito il disgusto verso l’umanità. Verso la felicità altrui. A lui negata. Animato dal mai sopito rancore verso quella terra ingrata che recava in sé le stimmate della miseria, di tanto in tanto faceva fugace ritorno al paese natio. Guardato con sospetto, con una punta di malcelato timore dai diffidenti compaesani, l’enigmatico orsante non si fermava mai a lungo. Come era apparso, d’incanto scompariva per perdersi lungo le vie del mondo. Anima tormentata, senza pace e senza sogni. Nessuno sapeva se e quando sarebbe tornato. Finché un giorno se ne persero per sempre le tracce. Qualcuno diceva che fosse perito tragicamente nel tentativo di guadare il torrente durante una piena autunnale. In una buia e fredda sera d’ottobre la corrente vorticosa, ruggendo, se l’era portato via. Questo mormorava la gente, con superstizioso riserbo. Il corpo non fu mai ritrovato. Ai tempi in cui papà Gustavo era giovane, nelle lunghe veglie invernali al tepore delle stalle, i nonni raccontavano avvincenti fole. Si sussurrava che, in riva al fiume, dal nulla scaturisse lo struggente lamento di una fisarmonica. Al calar del sole, dalle acque affiorava un lungo braccio a ghermire e trascinare nell’abisso chiunque si fosse attardato sulle sponde. Forse il minaccioso fantasma di Biagio il girovago, doveva soltanto atterrire i più piccini, scoraggiandoli dall’avvicinarsi ai pericolosi fondoni. Erano storie di tanti anni prima. Il tempo in cui il paese era isolato dal mondo. Nelle case si viveva ancora a lume di candela. L’acqua si attingeva direttamente dal fiume. Ma, da qualche tempo, quelle vecchie voci erano riemerse con insistenza. La misteriosa scomparsa di alcune giovani aveva rinfocolato la fantasia dei paesani, riportando alla luce quell’antica storia. Anche gli apprensivi genitori di Leontina intimavano alla figlia di non avvicinarsi a quelle infide acque. Ma la fanciulla non si curava di quegli ammonimenti, non dava retta a nessuno. Lei viveva da sempre in piena sintonia con il fiume, il cui respiro, cadenzato dalle creste rocciose, era anche il suo. E, così, quel giorno si era attardata lungo quelle rive. Appoggiata al solito masso, immersa nei suoi pensieri. Variopinte farfalle intrecciavano i loro voli a sfiorarne le chiome corvine. Giunse alfine la sera. Una sera tiepida e senza vento. Un’atmosfera surreale. Aleggiava una sottile magia. Sulla superficie dell’acqua le crepuscolari efemere danzavano seguendo arcane melodie. Una fiammeggiante libellula portava in volo un piccolo arcobaleno. Il sole era già calato dietro la montagna. Il giorno andava a morire. Tutto era calmo. Immoto. Innaturale. Una luce rossastra indugiò per un attimo tra gli anfratti del fiume, sprigionando vividi bagliori. Ogni essere vivente sospeso tra cielo e terra. Fuori dal tempo. Dal tempo degli uomini. Anche la mente di Leontina vagava altrove. Assorta in pensieri lontani. Molto lontani. Si sentiva parte della natura. Parte del tutto. D’incanto, l’eco di una struggente fisarmonica a sgorgare dal nulla. Dapprima tenue, in lontananza. Poi vicino, sempre più vicino. Un improvviso, lieve fruscio alle sue spalle la scosse. Non si scompose. L’aspettava. L’aveva sempre aspettato. Un richiamo imperioso, irresistibile. Si lasciò cullare dalle dolci onde di quella triste melodia fino a che il fiume non l’accolse pietosamente nel suo umido grembo.

Claudio Bargelli

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