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FOGLIE. Il racconto della domenica di Claudio Bargelli

                                            FOGLIE DI CLAUDIO BARGELLI*

Alta Val Ceno, ottobre 1982
Dal gelo dell’inverno, teneri virgulti primaverili. Radiose di sole e frementi di vita nel caldo abbraccio dell’estate. Vestite di fantasmagorici colori nel malinconico declino dell’autunno. Mulinate dai primi venti freddi. Soffice tappeto in attesa della candida coltre nevosa. Nascono, vivono, muoiono secondo i ritmi della natura. Nell’eterno alternarsi delle stagioni, le foglie consumano effimere esistenze.
Ma qualcuna sfugge al perpetuo avvicendarsi della nascita e della morte. Per ergersi a custode della memoria. Fossilizzata reminiscenza da tramandare ai posteri.
Quando Eglentina sfogliò le pagine di quel vecchio diario riemerso dal profondo di un cassetto odoroso di lavanda una foglia scivolò fuori, adagiandosi teneramente su mani avvizzite. Una foglia secca, ingiallita, ma ancor anelante alla luce. Qualcosa riaffiorò alla sua mente stanca. Una rimembranza. Un brivido di nostalgia. L’uggiosa giornata autunnale, la pioggia incessante a picchiettare ai vetri delle finestre, invitava all’intimo raccoglimento. Eglentina si abbandonò alla dolce corrente del passato. Cullava tra le mani quella foglia e ricordava…
Un lontano giorno di primavera di tanti, tanti anni prima. Il tempo in cui arrancavano fin lassù le prime ansimanti automobili. Quel caldo meriggio Eglentina e Richetto si incontrarono sotto la gigantesca quercia. La folta e verdeggiante capigliatura a proteggere l’intimità degli innamorati. Sotto quei fronzuti rami palpitava il loro amore. Un amore fatto di sguardi intensi, improvvisi fremiti, tenere carezze. Erano giovani, molto giovani. Liberi di rincorrere i loro sogni negli sterminati orizzonti dischiusi dalla giovinezza. Avevano poco da mangiare, ma si nutrivano di speranze. Il sogno di formare una famiglia, rallegrata da tanti figlioli.
Orfana di padre, Eglentina aveva solo sedici anni. Ultimo dei cinque figli del maniscalco del paese, Richetto era di due anni più vecchio. Quel pomeriggio, un subitaneo turbine di polvere dalle sterrate stradine del paese. Scompigliate dal vento, stormivano le fronde che incorniciavano il loro amore. Dopo aver a lungo volteggiato nell’aria, una verdeggiante foglia planò con leggerezza sulle lunghe chiome corvine della fanciulla. Con una risata argentina si tolse con delicatezza l’insolito copricapo e lo ripose in tasca. Sopra di loro, cupi brontolii di tuono. Scemò la luce e sospinti dalle impetuose folate, nel cielo oscurato veleggiavano neri e minacciosi nembi. Si congedò dal suo innamorato appena prima che si scatenasse un violento temporale. Rincasò velocemente. Dopo aver ascoltato i bonari rimbrotti della madre, si ritirò in camera ad aggiornare, in segreto, il suo diario. Soltanto poche righe, ma scritte con il cuore: “20 maggio 1916: oggi Richetto mi ha stretto forte tra le braccia e mi ha promesso amore eterno…”. Mentre l’innamorato le sussurrava quelle dolci parole, era caduta quella foglia. Eglentina la inserì con cura tra le pagine del diario, ad imperitura testimonianza di quel dolce momento.
Pochi giorni dopo, Richetto ricevette la cartolina di chiamata alle armi e, da quel momento, l’umile dono della natura assunse un significato particolare. Il muto testimone del loro ultimo incontro. Tramandava un eterno pegno d’amore. Partito per il Fronte, Richetto non fece più ritorno. Disperso sull’altopiano del Carso, ora riposava in qualche sperduto cimitero lassù tra quei monti lontani. Eglentina lo aveva atteso per mesi, per anni. Invano. E intanto la ruota del tempo girava, girava…Quando perse la madre, rimase sola al mondo. Non si sposò: per lei valse sempre quella solenne promessa germogliata in un lontano giorno di primavera.
Da allora il mondo era molto cambiato. Anche il paese aveva mutato volto. Il cemento aveva spodestato il rassicurante abbraccio della natura. Sempre più numerose, si aggiravano le automobili. La tecnologia era giunta fin lassù. A distanza di più di mezzo secolo, la gigantesca quercia era ancora là. Anche se attorno a lei non si estendevano, a perdita d’occhio, prati sconfinati ma spuntavano ovunque moderne villette. Quella era una quercia secolare e chissà quanti innamorati aveva protetto con le sue premurose braccia. Chissà quanti bisbiglî d’amore aveva udito! Ogni anno viveva la sua eterna metamorfosi. Eglentina rammentò improvvisamente qualcosa. Una notte di fine estate, pochi mesi dopo la partenza di Richetto, la quercia era stata colpita da un fulmine. Un grosso ramo stroncato. Il ligneo moncherino pendeva disseccato, annerito. Ma l’albero non morì. La stessa notte una crepitante scarica di mitraglia falciava tante giovani vite, nelle trincee del Carso. Un oscuro presentimento? O soltanto un brutto sogno? Lei non abbandonò la speranza di riabbracciare, un giorno, il suo amore. Lo attese inutilmente per tutta la vita. Una solinga esistenza dipanata giorno dopo giorno tra struggenti ricordi.
Seppure restaurata, viveva ancora nella casa della sua giovinezza. Dalla finestra della camera da letto, ogni giorno scorgeva la vecchia, orgogliosa quercia. Indulgente complice di un amore lontano. Ogni primavera si vestiva di verdeggiante speranza, prima di assaporare l’ardore del sole estivo, la malinconica dolcezza della danza autunnale e, infine, i candidi arabeschi del gelo invernale. Il tempo scorreva instancabilmente le sue pagine. Ma ora, dopo tanti anni, era riaffiorata dal buio di un cassetto quella vecchia foglia rinsecchita. Agli occhi di Eglentina, una preziosa reliquia. Custode della memoria. Imperituro simbolo di un sentimento mai sopito. Di un amore mai spento. Sottratto alla ciclicità del divenire e consegnato all’eternità. La ricomparsa di quella foglia assumeva un suo significato. Ne era certa. Qualcuno si stava riavvicinando a lei. Con la dolce carezza di ieri.
Da tempo sofferente di cuore, di lì a qualche giorno Eglentina si addormentò. Questa volta per sempre. Nella sua casa, nel suo letto. Si spense serenamente, con il conforto dei sacramenti, stringendo fra le mani i grani di un vecchio rosario. Quello della sua gioventù. La salma fu tumulata nel piccolo camposanto al limitare del paese, verso il crinale della montagna. Nei pressi del querceto. Pulsava il cuore dell’autunno e, come ogni anno, le foglie danzavano sulle note delle silenti melodie della natura. Dopo aver a lungo volteggiato nella fresca brezza autunnale, una foglia andò ad adagiarsi sulla fredda, marmorea lapide. Fu soltanto la prima. Come sospinte da una premurosa mano invisibile, altre la seguirono. E la pietra sepolcrale di Eglentina si rivestì di un rassicurante tappeto. Una calda, premurosa coltre in attesa del gelo dell’inverno.

Claudio Bargelli

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