Le tristi condizioni dell’agricoltura e la povera vita dei contadini nel nostro Appennino a fine ‘800 nelle relazioni di Antonio Bizzozzero.

In copertina L. Lhermitte: La zuppa del vecchio falciatore.

Antonio Bizzozero (1857-1934), trevigiano, dopo il conseguimento della laurea in scienze agrarie iniziò a insegnare scienze naturali, alternando questa attività a un’intensa propaganda nei territori della provincia trevigiana e in quelli delle province di Vicenza, Padova, Verona e Rovigo. Quando, per iniziativa dell’ingegnere Cornelio Guerci, consigliere della Cassa di Risparmio di Parma, e dell’ingegnere Celestino Ponzi, presidente della Deputazione provinciale, fu deciso di istituire a Parma una cattedra ambulante di agricoltura, sul tipo di quella già funzionante a Rovigo, fu chiamato a dirigerla, dietro suggerimento del direttore di questa, il professor Tito Poggi, il Bizzozero. Quella di Parma fu la seconda cattedra ambulante italiana dopo quella di Rovigo, sorta nel 1886.

Era il 1892 e il Bizzozero si gettò con entusiasmo nel nuovo incarico. Visitò tutta la provincia, raggiungendo a dorso di mulo e a piedi i più sperduti paesi dell’Appennino, scendendo nella Bassa, risalendo la collina, entrando nella risaia. Ebbe modo così di farsi un’idea precisa della situazione dell’agricoltura nella provincia, e anni dopo ricordò: Mi feci così un concetto di quella che era l’economia agraria del Parmigiano: una economia assai povera sull’Appennino, ove le pecore e un bestiame bovino a taglia ridottissima, con qualche appezzamento coltivato a grano, a scandella, o a patate, con magri pascoli, con le castagne, costituivano le sole risorse di quei poveri montanari, costretti in parte a emigrare, o stabilmente o temporaneamente, per campare la vita e per essere di aiuto alle loro famiglie; meno povera sui monti e giù giù sino alle colline, ove si era diffuso il vigneto e dove i cereali fornivano un discreto prodotto, sebbene pur sempre basso in confronto a quello che molti ottengono oggi; dove il bestiame bovino di razza parmigiana, di media taglia, forniva il lavoro e poco latte, perché sempre scarsa era la produzione foraggiera e mancante l’acqua per l’irrigazione; migliore nella pianura, ove il bestiame bovino, per la maggior parte di razza locale, a mantello rosso e a triplice scopo, produceva una discreta quantità di latte che alimentava l’industria del caseificio per la produzione del formaggio da grattugia, detto Grana, o Parmigiano, avendo avuto la sua culla nel territorio degli ex Stati parmensi. E nella pianura, dove ancora si alternava il granoturco col frumento, c’era un po’ d’acqua per l’irrigazione, che serviva a una scarsa bagnatura dei prati stabili e a una insufficiente irrigazione della risaia che occupava una buona parte della bassa pianura. Appunto per la poca acqua disponibile, che si muoveva a stento e quasi ristagnava, era sorta e si era diffusa la malaria che faceva le sue vittime in molti Comuni. Questa era la situazione trovata dal Bizzozero, il quale ebbe modo di notare che pressocché sconosciuto era l’uso dei concimi chimici (solo circa due o tremila quintali di consumo annuo), che non vi erano aratri di ferro né erpici trituratori né vagli cernitori e che la pellagra non concedeva tregua ai lavoratori agricoli. ………………………..

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