POLISSENA MARIA LANDI PRINCIPESSA DI VALDITARO. Di Pietro Rameri. SECONDA PARTE. VALCENOLANDI. (r)

Dell’occupazione del Doria scrissi anch’io nel mio “Borgotaro” pubblicando, in tale occasione, il testo della convenzione di resa quale si conserva nell’Archivio Apostolico Vaticano e fino allora inedito.
Ne curo comunque la ripubblicazione: “ Primieramente si concentra e si accorda che possono uscire da d.ta terra il sig. Conte Anguissola con la soldatesca pagata et altra volontaria di qualunque natione con armi e bagagli propri, bandiere spiegate, con levare un pezo piccolo d’Artiglierie, corde, annessi e tamburi con convoio sicuro sino allo stato di S.A.S. Ed caso che le robbe del Sig. Governatore non si potessero portar via adesso, poterle portar via a suo beneplacito e dargli sicurezza comisa. Secondo, quanto alla Comunità e Torresani, compreso tutto il distretto del Borgo e sua Giurisdizione, siano salve le robbe di qualunque sorta vita ed honore. Terzo, conservargli tutti i privilegi, ordini, statuti, consuetudini solite et in uso osservarsi in d.a. Terra, et quelle mantenersi et insieme conservare alla comunità le sue entrate dovute et solite esigersi di ragione. Quarto, che tutti quelli huomini e Donne che in questa occasione si sono ritirati in qualsivoglia luogo e Stato si possano ritrovare con le loro robbe a rimpatriare. Dato sopra il Borgo nel Campo a’ 19 marzo 1636”
Rappresentava il Duca di Parma: il conte Orazio Anguissola, governatore di Borgotaro, il Doria: Il col. Federico Imperiali.
La rocca aveva opposto una forte resistenza sotto la guida del conte Bartolomeo Picinardi. La Santa Sede, non appena avvertita della caduta di Borgotaro, non mancò di elevare particolari riserve richiamandosi ai propri eminenti diritti feudali. Le cronache non ci dicono se Polissena Maria abbia mai visitato il riacquistato feudo: certo si è che, nell’intimo del suo animo, ne dovette immensamente gioire. Nel 1637 scrive Nasalli Rocca E. nel testo I Farnese :”Furono mediatori di una pace, assai opportuna per l’equilibrio dell’Italia, che salvò i Farnese dalia loro distruzione morale e politica, il Papa, il Granduca di Toscana, interessati l’uno come supremo Signore dei Ducati, e l’altro come cognato del Duca, a impedire la scomparsa dell’indipendenza parmense e piacentina. La pace fu sottoscritta da Odoardo in Piacenza il 4 febbraio 1637. Era una pace onorevole, anche se Odoardo doveva ripudiare la politica francese per tornare all’ovile spagnolo. Si era miracolosamente salvato da un disastro, quello provocato da una errata e ridicola valutazione delle proprie forze. Il Granduca Ferdinando de Medici aveva definito, con arguzia fiorentina quella guerra come la guerra dichiarata dal <Re di Parma> al <Duca di Spagna!>>.
Borgotaro venne riacquistato dai Farnese: la signoria di Polissena Maria era passata come una meteora durando meno di un anno.
Polissena Maria diede a Gian Andrea otto figli: Costanza, Giovanni Andrea III, Giannettino, Federico, Pagano, Filippo, Carlo. Gian Andrea III, 7° principe di Melfi, sposò Anna Pamphili, romana, trasferendosi a Roma. Saggia, pia, sempre serena, allorché anche per lei suonò la campana (+ 1679), Polissena Maria era ottuagenaria. Scompariva così l’ultima discendente dei Landi della linea di Bardi. Gian Andrea che tre anni dopo (1682) li cedeva ai Farnese dietro lauto compenso. Era la volta della cancellazione dalla carta geografica e dalla storia dello stato montano Landese.
Prima Borgotaro, poi Bardi e Compiano, le tre gemme della corona dei Landi cadevano e, cadendo, chiudevano senza eco, dati i tempi, un ciclo storico. Non è il caso di muovere postumi rimproveri a Gian Andrea III per la cessione: egli risiedeva a Roma in altre faccende affaccendato e non si interessava dei due castelli lontani sperduti tra le montagne dell’alta Val Taro e dell’alta Val Ceno e che in fin dei conti, non gli ricordavano alcunché per lui, personalmente, di rilevante. Due osservazione per altro vanno fatte. La prima riguarda la cura e la meticolosità con cui tutte le carte e tutti i documenti di famiglia furono trasferiti a Roma e ivi sistemati in quell’Archivio Doria Pamphili (Piazza Grazioli 5) che è una vera miniera di fonti storiche per Borgotaro, Bardi, Compiano, la Val di Taro e Val Ceno. L’altra concerne l’analogia fra la sorte dei Landi e quella dei Pamphili. Ambedue le Casate si estinguono per mancanza di discendenza maschile e ambedue perpetuano il nome attraverso i Doria. Attraverso il VI principe di Melfi: i Landi; attraverso il VII principe di Melfi : i Pamphili. D’allora la storia ricorderà, fra le casate illustri italiane, la romana famiglia Doria-Pamphili-Landi.

Estratto da: Bollettino Storico Piacentino Anno LXVII – Fascicolo 1 – Gennaio -Aprile 1972

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