VALCENESI DIMENTICATI O…………QUASI. N. 37. BY DIZIONARIO BIOGRAFICO DEI PARMIGIANI di ROBERTO LASAGNI.

ROSSI ANDREA
Bardi 23 ottobre 1772-San Lazzaro di Piacenza 1816
Dopo esser stato maestro in Bardi e poi parroco d’Isola, venne chiamato professore di storia e cronologia nel Collegio nobile di Como, dove si distinse e dove si conservano i suoi trattati di cronologia. Lasciato quel collegio, si fece missionario in San Lazzaro di Piacenza e dal 29 settembre 1815 fu lettore di filosofia ed eloquenza sacra al Collegio Alberoni di Piacenza. Morì di tifo . Ebbe una bella biblioteca di opere scelte, che lasciò al Collegio Alberoni sotto condizione che ogni anno in sua memoria fosse cantata la messa solenne nel giorno dell’Addolorata.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 367; G. Berti, Atteggiamenti del pensiero nei Ducati di Parma e Piacenza, 1958, I, 178; G. Pongini, Storia di Bardi. 1973, 204-205.

ROSSI BARTOLOMEO
Credarola (Bardi) 1823/1831
Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Fu tenuto sotto sorveglianza anche durante i moti del 1831.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 204.

ROSSI GAETANO
Bardi 1831
Con Bazzini, Bertucci e il pretore di Bardi Valente Vaccari, fu tra i promotori dei moti del 1831 a Bardi. Divenuto in seguito Pretore di Langhirano, il Rossi continuò a essere tenuto sotto sorveglianza dalla polizia.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 201.

RUFFINI PIETRO
Specchio 1890-Parma 13 maggio 1968
Esperto in agricoltura, fu Podestà di Solignano e commissario prefettizio a Varano Melegari.
FONTI E BIBL.: A. Credali, Ricordo di Pietro ruffini, in Gazzetta di Parma 26 maggio 1968; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 942.

RUGARLI CLAUDIO
Pellegrino 1846-1933
Dopo aver compiuto studi irregolari, si arruolò nell’Armata dei Vosgi di Garibaldi e combatté a Digione durante la guerra franco-prussiana (1870-1871). Passato all’esercito regio, trovato in possesso di un cifrario, fu processato per cospirazione repubblicana. Venne mandato a Massaua per organizzare la colonia. Rientrato in Italia, Bonaldo Stringher, governatore della Banca d’Italia, lo fece Delegato del Tesoro per la provincia di Caserta. Il governo francese lo decorò con la Legion d’onore.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 275

RUGARLI VITTORIO
Fornovo di Taro 7 dicembre 1862-Fornovo di Taro 24 aprile 1900
Figlio del conte Carlo e di Zeffira Previdi. Frequentò il ginnasio e il liceo nel Collegio Maria Luigia di Parma. Negli anni Settanta ebbe quale insegnante il suo conterraneo e cognato Italo Pizzi, che ritrovò poi a Firenze quando nel 1879 si iscrisse a quell’Istituto di Studi Superiori, dove il Pizzi, bibliotecario alla Laurenziana, esercitò dal 1880 al 1885 la libera docenza d’iranico. Il Rugarli, forse già fin d’allora iniziato dal Pizzi agli studi orientali, completò così la sua preparazione iranistica con lui a Firenze e lì probabilmente si laureò. Gli studi orientali, tanto prediletti dal Pizzi, diventarono così anche per il Rugarli una  vera passione: in quegli anni, tra l’altro, imparò in modo approfondito la lingua persiana. Ottenuta a Bologna una cattedra nel ginnasio comunale Guinizelli, vi insegnò quattordici anni, facendosi apprezzare anche da Giosuè Carducci. Carducci lo ebbe sempre carissimo: fu tanta la stima che il Rugarli godette presso il poeta che non di rado questi passava a lui i manoscritti delle sue poesie perché gliene desse un giudizio. Del Rugarli il Carducci fu anche ospite a Fornovo di Taro, ove si ispirò sui luoghi della famosa battaglia. Nel 1898 ottenne il trasferimento al ginnasio Maria Luigia di Parma. Frutti delle sue fatiche e dei suoi studi furono la traduzione del poemetto persiano Kuk il Montanaro (1891), seguito nel 1896 dal Libro di Ghershâsp, poemetto ciclico persiano di Asadi il giovane, e una versione letterale del primo canto del Libro di Berzû, altro poemetto ciclico persiano del XII secolo (che il Rugarli si riprometteva di pubblicare per intero), del quale aveva già dato alle stampe nel 1898 l’episodio di Sûsen la Cantatrice. Alcuni di questi studi ebbero l’onore di essere accolti nel Giornale della Società Asiatica Italiana, società della quale il Rugarli fu membro. Pubblicò anche un volume di Canti popolari (parole e musica) raccolti in Fornovo di Taro (1893). Mentre il Pizzi estese il suo interesse a più campi del dominio iranico, il Rugarli si concentrò sulla letteratura neopersiana, prediletta del resto dal maestro stesso:  qui, più che di storico e critico, l’attività del Rugarli fu di prosastico ma efficace ed elegante traduttore. Qualche saggio di versione di Omar Khayyàm e Sa’di apprestò sotto la forma consueta di omaggi nuziali, ma il più e meglio delle sue versioni dedicò al ciclo epico di Persia. Grandeggiava qui l’opera imponente del suo maestro, che tra il 1886 e il 1888 aveva dato all’Italia la versione completa del Libro dei Re e a Firdusi e all’epopea persiana aveva dedicato una quantità di studi e saggi, frutto di grande dottrina ed entusiasmo, anche se non sempre di altrettanto senso critico e storico. Il Rugarli volle anche provarsi in un saggio di versione del grande poema e nel 1888 pubblicò in opuscolo a Correggio la sua versione in prosa di un episodio firdusiano, La battaglia dei sette Eroi: pubblicazione già da tempo annunziata, tanto che il Carducci, vedendola tardare, minacciò di chiamarla piuttosto La battaglia dei setti Codardi. Questo episodio, che non è se non una delle molte gesta attribuite dal poema al suo principale eroe Rustem, misurantesi con sette prodi nemici, era già stato reso in versi italiani nel secondo volume, uscito l’anno prima, della completa traduzione pizziana, onde non può servire a dare la misura dell’esperienza linguistica e filologica del Rugarli. Ma i seguenti lavori vertono quasi tutti su testi non da altri tradotti prima di lui e che pochi anche dopo di lui studiarono. Essi danno perciò migliore testimonianza delle sue qualità di interprete e traduttore, sia pure con l’assistenza, francamente riconosciuta, del maestro. Il Rugarli lavorò su quelli che si possono chiamare i poemi ciclici dell’epopea eroica di Persia, nati nel solco del poema firdusiano e verseggianti elementi dell’epos non inclusi o appena accennati dal suo maggiore cantore nello shàhnàmè. Si tratta in generale di materia epica del ciclo del Sigistàn, celebrante le gesta di mitici eroi di quella regione orientale dell’Iran, nessuno dei quali cinse la corona regale iranica ma il cui principale campione, Rustem, col padre Zàl, il nonno Sàm e il figlio Sohràb, assunti nella generale tradizione eroica di Persia, sono alcuni dei più famosi personaggi di Firdusi stesso. Ma oltre a essi il ciclo narra anche di altri loro avi e discendenti e su Rustem stesso ricama altre avventure oltre quelle narrate nel Libro dei Re. Tutta questa materia, non meno antica di quella verseggiata da Firdusi, ebbe la sua forma poetica neo-persiana in opere a lui posteriori e sorte in sua imitazione del corso dell’XI secolo: tali il Ghershasp-nàme di Asadi, narrante le gesta dell’avo di Rustem, Ghershasp, il Barzù-nàme, da taluni attribuito a un ‘Atà ibn Yaqùb, che ha invece per eroe il figlio di Sohràb e nipote di Rastem, Barzù, o l’anomino Kùk-nàm, il cui argomento è la lotta vittoriosa di Rustem contro il montanaro Kùk, un brigante afghano, rispecchiante appunto le rapine e incursioni di Baluci ed Afghani nel Sigistàn. Quest’ultimo è un non lungo poemetto a sé stante, ma gli altri due, ciò che non seppe a suo tempo il Rugarli, sono vasti e macchinosi poemi di più migliaia di versi, di cui ciò che Pizzi e il Rugarli poterono conoscere, gli estratti inclusi dal Turner Macan in appendice alla sua edizione calcuttense dello Shàhnàmè, non sono se non frammenti. Comunque, allo studio di questi resti del ciclo post-firdusiano Pizzi opportunamente avviò il Rugarli ed egli vi si dette con entusiasmo, con saggi di versione che affrontarono veramente un terreno vergine e sono rimasti in parte unici nel loro genere. Ciò vale soprattutto per Kuk il Montanaro, che il Rugarli tradusse integralmente in elegante edizione zanichelliana nel 1891 e che, senza l’introduzione, fu poi ristampato nel 1900 nel Giornale della Società Asiatica Italiana (XIII, 27-60). Sul Barzù-nàme il Rugarli ritornò più volte, traducendone più episodi: La gazzella  di Berzu fin dal 1889 (ed è questa versione che fu lodata dal Carducci), Rustem e Berzu nel 1892 e Susen la cantatrice in quello stesso 1892, poi ristampato quest’ultimo nel Giornale della Società Asiatica Italiana (XI, 1897-1898, 15-33). Del Ghershasp-nàme infine, dopo aver anticipato nei soliti opuscoli per nozze due episodi (Le nozze del re Gemshld e Viso di Peri, nel 1894), pubblicò quella che credeva la versione dell’intero poema, sul testo del Turner Macan, nel Giornale della Società Asiatica Italiana (IX, 1895-1896, 33-80): fu quella versione che diede al suo nome un’eco nel mondo internazionale degli iranisti. In realtà, ciò che il Rugarli credette fosse il tutto dell’opera d’Asadi (18 canti con 1802 versi, sino alla nascita di Ghershasp, onde il Rugarli poté dire il poema è una genealogia) non era che la prima parte di assai più vasta trattazione, quale cominciò a pubblicare e tradurre nel 1926 l’Huart su manoscritti di Parigi e di Londra. La traduzione fu poi completata solo nel 1951 dal Massé, mentre un’edizione integrale del poema (145 canti con 8850 versi) fu data nel 1938 a Teheran da H. Yaghmàì. L’Huart, in testa alla sua edizione, ricorda appunto i frammenti tradotti dal Rugarli. Tutte queste versioni cicliche (saggio di studi che amo) hanno filologicamente il merito di essere compiute su testi mai prima da altri tradotti e spesso non facili per le caratteristiche dello stile epico persiano, che è a volte ambiguo e oscuro. Le brevi introduzioni orientano correttamente il lettore sul valore storico ed estetico degli originali (meno là, come nel Ghershasp-nàme, dove ulteriori studi hanno del tutto modificato la prospettiva al riguardo). Ma lo scopo principale del Rugarli, come già del suo maestro e modello Pizzi, resta essenzialmente letterario ed è di rendere in buona veste italiana l’esotica materia. Si impone qui spontaneamente il confronto tra i due cognati, quali traduttori dell’epopea di Persia: confronto qualitativo, s’intende, ché quantitativamente i piccoli saggi del Rugarli scompaiono davanti alle proporzioni dell’opera pizziana. Di più, l’uno tradusse in versi e l’altro sempre in prosa. Eppure questa prosa del Rugarli, sobria, efficace, elegante, si avvantaggia forse di questa sua modestia rispetto al turgore magniloquente degli endecasillabi pizziani. Proporzioni a parte, le versioni del Pizzi poggiano certo su una esperienza linguistica e filologica incomparabilmente maggiore, ma proprio come resa letteraria appaiono alquanto invecchiate, perché legate a uno stile non più congeniale: la prosa del Rugarli resiste meglio al tempo.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 100; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 135; F. Gabrieli, in Gazzetta di Parma 5 maggio 1967, 3.

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