Presentazione di: “ORSANTE”. Spettacolo di e con Matteo Vignati. Trailer, sinossi, dossier artistico

SINOSSI
Ultimo è un orsante: un domatore di orsi. Ceduto dal padre ancora bambino a una compagnia di girovaghi e circensi, dopo molti anni fa ritorno alla casa natale sugli Appennini, dopo aver saputo della possibile imminente morte della madre. Quando arriva a casa, è ormai troppo tardi e la veglia funebre è già allestita, per quella madre a cui ha pensato e ripensato, nel corso di un’intera vita, per riuscire a trovare la forza di andare avanti in una realtà ostile e violenta. Nessuno dei compaesani però lo riconosce né sembra ricordarsene: come se la madre non avesse mai più parlato di lui… come se non fosse mai esistito. È allora che, istintivamente, davanti a quella porta da cui tutto ebbe origine, Ultimo sente l’esigenza di fermarsi a raccontare la sua storia, nel modo che gli è più congeniale – quello dei cantastorie – ma con l’intenzione di sondare la verità: mia madre ha mai parlato di me? Mi ha mai amato come l’ho amata io? Sapeva che ero stato venduto?

In un monologo dal ritmo incalzante e forsennato, Ultimo ripercorre la geografia emotiva di un viaggio di allontanamento e formazione. Narra le avventure a volte esaltanti, a volte tragicomiche, a volte durissime, della sua vita girovaga sino ai confini dell’Asia. Racconta dell’intimo rapporto con l’orsa che ha imparato a domare, della solitudine che si può leggere negli occhi dell’animale, una solitudine simile alla sua, come se anche l’orsa rimpiangesse un mondo dimenticato, una madre lontana. E poi gli spettacoli, il vivere di elemosina, le botte, l’irrompere della Grande Guerra, la ribellione e la fuga dal suo aguzzino, fino a divenire egli stesso Orsante, padrone di sé stesso e della sua orsa. Solo al termine del racconto, per Ultimo giungerà la tragica consapevolezza.  Ma capirà anche che il luogo che chiamiamo casa, forse, non è là dove si nasce, ma dove abita il cuore.

Per la scrittura di questo testo si è cercato di ricreare una vera e propria koinè linguistica, a partire dai documenti e dagli scritti autografi conservati negli archivi e nei musei dedicati – lettere indirizzate ai familiari o alle autorità, diari personali, contratti di noleggio e vendita, carnet di viaggio – nel tentativo di restituire l’impatto che la lingua degli Orsanti poteva avere sui pubblici di tutta Europa. Il risultato è una sorta di lingua teatralissima che ha come base il dialetto ligure-emiliano valtarese, lingua d’origine degli Orsanti, infarcito di forestierismi e neologismi entrati di diritto a far parte del loro gergo, e come forma privilegiata la ballata in rima dei vecchi cantastorie, a metà tra tiritera e canzone: il tutto al solo scopo di seguire l’andamento emotivo delle vicende che compongono l’affresco di questo spettacolo. Parallelamente, il lavoro di ricerca ha interessato anche il sostrato musicale del repertorio popolare tipico dell’Appennino, che accompagnasse creare dei flashback musicali.

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