1947. UN RITRATTO DELLA VITA DEI NOSTRI EMIGRANTI E ABITANTI DELL’ ALTA VALCENO “VERISTA ED IRONICO” DI UBALDO BERTOLI** Gazzetta di Parma 17 Giugno. 4^PARTE – FINE

**UBALDO BERTOLI era nato a cavallo tra l’otto e il novecento. E per tutta la vita restò in bilico. Libertario per istinto, bohemien per vocazione, Bertoli ha solcato il secolo con il passo, beffardo e sarcastico del flaneur. … Solo tra il ’45 e il ’51 egli pubblica sulla Gazzetta di Parma una cinquantina di racconti, oltre a molti articoli.

1947. UN RITRATTO DELLA VITA DEI NOSTRI EMIGRANTI E ABITANTI DELL’ ALTA VALCENO “VERISTA ED IRONICO” DI UBALDO BERTOLI** Gazzetta di Parma 17 Giugno. 3^PARTE

**UBALDO BERTOLI era nato a cavallo tra l’otto e il novecento. E per tutta la vita restò in bilico. Libertario per istinto, bohemien per vocazione, Bertoli ha solcato il secolo con il passo, beffardo e sarcastico del flaneur. … Solo tra il ’45 e il ’51 egli pubblica sulla Gazzetta di Parma una cinquantina di racconti, oltre a molti articoli.

1947. UN RITRATTO DELLA VITA DEI NOSTRI EMIGRANTI E ABITANTI DELL’ ALTA VALCENO “VERISTA ED IRONICO” DI UBALDO BERTOLI** Gazzetta di Parma 17 Giugno. 2^PARTE

**UBALDO BERTOLI era nato a cavallo tra l’otto e il novecento. E per tutta la vita restò in bilico. Libertario per istinto, bohemien per vocazione, Bertoli ha solcato il secolo con il passo, beffardo e sarcastico del flaneur. … Solo tra il ’45 e il ’51 egli pubblica sulla Gazzetta di Parma una cinquantina di racconti, oltre a molti articoli.

1947. UN RITRATTO DELLA VITA DEI NOSTRI EMIGRANTI E ABITANTI DELL’ ALTA VALCENO “VERISTA ED IRONICO” DI UBALDO BERTOLI** Gazzetta di Parma 17 Giugno. 1^PARTE

**UBALDO BERTOLI era nato a cavallo tra l’otto e il novecento. E per tutta la vita restò in bilico. Libertario per istinto, bohemien per vocazione, Bertoli ha solcato il secolo con il passo, beffardo e sarcastico del flaneur. … Solo tra il ’45 e il ’51 egli pubblica sulla Gazzetta di Parma una cinquantina di racconti, oltre a molti articoli.

Le tristi condizioni dell’agricoltura e la povera vita dei contadini nel nostro Appennino a fine ‘800 nelle relazioni di Antonio Bizzozzero.

In copertina L. Lhermitte: La zuppa del vecchio falciatore.

Antonio Bizzozero (1857-1934), trevigiano, dopo il conseguimento della laurea in scienze agrarie iniziò a insegnare scienze naturali, alternando questa attività a un’intensa propaganda nei territori della provincia trevigiana e in quelli delle province di Vicenza, Padova, Verona e Rovigo. Quando, per iniziativa dell’ingegnere Cornelio Guerci, consigliere della Cassa di Risparmio di Parma, e dell’ingegnere Celestino Ponzi, presidente della Deputazione provinciale, fu deciso di istituire a Parma una cattedra ambulante di agricoltura, sul tipo di quella già funzionante a Rovigo, fu chiamato a dirigerla, dietro suggerimento del direttore di questa, il professor Tito Poggi, il Bizzozero. Quella di Parma fu la seconda cattedra ambulante italiana dopo quella di Rovigo, sorta nel 1886.

Era il 1892 e il Bizzozero si gettò con entusiasmo nel nuovo incarico. Visitò tutta la provincia, raggiungendo a dorso di mulo e a piedi i più sperduti paesi dell’Appennino, scendendo nella Bassa, risalendo la collina, entrando nella risaia. Ebbe modo così di farsi un’idea precisa della situazione dell’agricoltura nella provincia, e anni dopo ricordò: Mi feci così un concetto di quella che era l’economia agraria del Parmigiano: una economia assai povera sull’Appennino, ove le pecore e un bestiame bovino a taglia ridottissima, con qualche appezzamento coltivato a grano, a scandella, o a patate, con magri pascoli, con le castagne, costituivano le sole risorse di quei poveri montanari, costretti in parte a emigrare, o stabilmente o temporaneamente, per campare la vita e per essere di aiuto alle loro famiglie; meno povera sui monti e giù giù sino alle colline, ove si era diffuso il vigneto e dove i cereali fornivano un discreto prodotto, sebbene pur sempre basso in confronto a quello che molti ottengono oggi; dove il bestiame bovino di razza parmigiana, di media taglia, forniva il lavoro e poco latte, perché sempre scarsa era la produzione foraggiera e mancante l’acqua per l’irrigazione; migliore nella pianura, ove il bestiame bovino, per la maggior parte di razza locale, a mantello rosso e a triplice scopo, produceva una discreta quantità di latte che alimentava l’industria del caseificio per la produzione del formaggio da grattugia, detto Grana, o Parmigiano, avendo avuto la sua culla nel territorio degli ex Stati parmensi. E nella pianura, dove ancora si alternava il granoturco col frumento, c’era un po’ d’acqua per l’irrigazione, che serviva a una scarsa bagnatura dei prati stabili e a una insufficiente irrigazione della risaia che occupava una buona parte della bassa pianura. Appunto per la poca acqua disponibile, che si muoveva a stento e quasi ristagnava, era sorta e si era diffusa la malaria che faceva le sue vittime in molti Comuni. Questa era la situazione trovata dal Bizzozero, il quale ebbe modo di notare che pressocché sconosciuto era l’uso dei concimi chimici (solo circa due o tremila quintali di consumo annuo), che non vi erano aratri di ferro né erpici trituratori né vagli cernitori e che la pellagra non concedeva tregua ai lavoratori agricoli. ………………………..

IL MISERO VITTO DEI CONTADINI ANNO 1869. Strenna del Comizio Agrario di Parma. (r)

“Semplice, come altro mai, è il vitto dei contadini. Nell’inverno, verso le ore nove del mattino, fanno sul campo un pasto a base di granturco, o pane e cipolla condite d’olio e sale; dopo mezzodì merendano con un tozzo di pane: alla sera mangiano nelle case loro, minestra di pasta e legumi, condita con lardo. Durante i lavori della estate fanno colazione, alle ore sette, nel campo; a mezzodì, mangiano una minestra a casa, dove pigliano qualche ora di riposo, alla sera cenano con poco pane. Il pane vuol essere di mistura, d’un mescolo, cioè, di frumento e fava, foggiato a tiere o focacce cotte nel forno Con la farina di granturco fan quasi sempre polenta. La mangiano appena rovesciata sul tagliere, affettandola con un filo, e condendola di burro e formaggio, oppure ne arrostiscono le fette sul fuoco, o le friggono nella padella con poco strutto. Compran carne solo nei giorni di sagra o solennità, a festeggiare le quali sogliono fare grandi torte di riso o frumento, in cui mettono, a larga mano, formaggio e droghe. L’acqua è loro consueta bevanda; poche le famiglie che oggidì possono, nei loro pasti, intingerla di vino.”

(DA “STRENNA DEL COMIZIO AGRARIO DI PARMA – PARMA – 1869)

VITA CONTADINA. ANNI ’50 DEL XX SECOLO. VITA NELLA STALLA. BY SodiGiulianoJuliet

A Ruscello di Arezzo una volta si viveva così. Il luogo di ritrovo per giocare a carte davanti ad un fiasco di vino era la stalla resa accogliente dal calorE dei buoi e delle vacche. Quì siamo nella stalla, conservata benissimo, di Mauro Frosini, si gioca a carte mentre Mauro fa il letto alle vacche, quando entra il padrone ed inizia la discussione con il totale interesse dei giocatori(per finta si intende)e chi si ricorda poi della carta con la colla dove rimanevano attaccate le mosche e gli insetti?.