Valcenodialetto. Poesia di Valentina Selene Medici. (Bardi). “L’URTULAN”

L’URTULAN

Alla matenna a bunura u partissa
con l’acqua, u su o a nebbia fissa.
U va au mercà a crompà a verdura
per el donne, che i gh’àn sempre premura.
U presemmeru per a salsa.
El sigulle per a frittà. Suchén e catalogna
per a verdura da fa lessà
El patate fritte, i piasena a grandi e picén.
Chi j à fa con l’aiju e chi con l’usmarén.
Lollo, gentilina, lattuga o scarola
du foje de insalata i se mangena vulentéra
magari anca culla, che a vé da Vughéra.
A frutta a vo sempre fresca
chi crompa in pummu, ina peira o ina pesca
e el fragule misse in ta so cesta
E doppu gh’è chi vo l’inguria a Dicembre
e el sirese a Settembre…
Eh, a fà l’urtulan ghe vo ina gran pasiensa
ma del so donne, u ne po’ miga fa sensa.

Un post della blogger Isabella -comepiaceavoi – La dura vita sulle nostre montagne ed il profondo amore di una nonna. Sezione “Coraggio”.

Una testimonianza importante, da leggere e meditare, al di la dei sentimenti profondi e sinceri che esprime Isa.

La sezione “coraggio” parla di tutti coloro che hanno coraggio. Coraggio nel portare avanti un’idea, un sogno; chi ha coraggio nel realizzare un progetto nella propria professione, chi ha coraggio di confessare chi abusò di loro, chi ha coraggio anche solo ad alzarsi al mattino.

Mi guardo intorno e cerco chi ha coraggio, ma solo ora mi accorgo che la persona più coraggiosa che conosco è mia nonna…………………

LEGGI https://comepiaceavoi.wordpress.com/2019/10/30/mia-nonna/

PER APPROFONDIRE: http://www.valcenostoria.it/2020/08/08/comepiaceavoi-il-diario-in-rete-dei-blogger-isabella-e-michele-di-vianino-varano-de-melegari/

Valcenodialetto. Poesia di Valentina Selene Medici. (Bardi). Con traduzione. “A CAPACITA’ – LA CAPACITA'”.

A CAPACITA’

“Nonnu perché el rondanenne quande i vùréna insemme
i ìgìréna, i s’incrùséna ma i ne se scontrena miga mai?”
“Perché u Signure u gh’à dattu custa capacità.”
“Nonnu a mestra a scora l’à dittu
che in cielu con u su, a lonna, el stelle
gh’è anca tanti pianeti che j en sempre in muvimentu.
Ma perché i ne se scontrena miga mai?”
“Perché u Signure u gh’à dattu custa capacità.”
“Nonnu a mestra l’à dittu anca
che i fiuri, i pra, el piante d’invernu i dormena
per dessedase in primaveira.
Ma cumme i fan a capì quande u mumentu l’è rivà?”
“Perché u Signure u gh’à dattu custa capacità.”
“Nonnu perché ai pé du monumentu gh’è scrittu tanti nummi?”
“J en i nummi di suldà che j en morti in guerra.”
“L’è ina cosa brutta a guerra l’è veira?”
“E sei l’è a cosa pussè brutta che ghe sia.”
“Ma alura perché l’ommu u ne la capissa miga
u Signure u ne gh’à miga dattu a capacità?”
“E u ghe l’à datta, u ghe l’à datta u me picén
e u gh’à dattu anca l’intelligénsa
ma troppu spessu, purtroppu para propriu che u sia sensa.”

LA CAPACITA’

“Nonno perché le rondini quando volano insieme
girano, si incrociano ma non si scontrano mai?”
“Perché il Signore ha dato loro questa capacità.”
“Nonno la maestra a scuola ha detto
che in cielo con il sole, la luna, le stelle
ci sono tanti pianeti che sono sempre in movimento.
Ma perché non si scontrano mai?”
“Perché il Signore ha dato loro questa capacità.”
“Nonno la maestra ha detto anche
che i fiori, i prati, le piante
d’inverno dormono per svegliarsi in primavera.
Ma come fanno a capire quando il momento è arrivato?”
“Perché il Signore ha dato loro questa capacità.”
“Nonno perché ai piedi del monumento
ci sono scritti tanti nomi?”
“Sono i nomi dei soldati morti in guerra.”
“E’ una cosa brutta vero la guerra?”
“E sì è la cosa più brutta che ci sia.”
“Ma allora perché l’uomo non la capisce.
Il signore non gli ha dato la capacità?”
” Gliela data, gliela data piccolo mio
e gli ha dato anche l’intelligenza
ma troppo spesso, purtroppo sembra proprio che sia senza.”

Un nuovo racconto dell’amica Patrizia Manni, figlia dell’Appennino Abruzzese ma molto…vicina. “LE COSE FATTE A MANO E CON IL CUORE”

Racconto pubblicato nell’Antologia della XI edizione del concorso letterario internazionale “SPECIALE INFANZIA 2019”. Giuria che vede come Madrina la scrittrice Dacia Mariani. L’autrice è grata alla sua Tutor, Professoressa LIVIA DE PIETRO, in foto gruppo vicino alla Maraini, vestita di nero e con collana rossa.

Lillino e Lilletto giocavano sotto un grande albero che era il nonno di tutti gli alberi del paese.

Lillino era il più grande, aveva 7 anni, Lilletto ne aveva 5. Abitavano in case vicine e le mamme erano amiche, erano andate a scuola insieme, dalla stessa maestra.

Quando uscivano dalla grande scuola, nella parte più alta della piazza, correvano come due matti verso casa, ogni tanto vedevano il cane di un amico e si fermavano a giocarci. Lillino si inventava grandi storie su ogni cosa che vedevano insieme, così, la casa vicino alla vecchia fonte in fondo al paese, era diventata la casa delle fate. Era una casa diroccata: i muri stavano cadendo e le finestre erano socchiuse, quando il sole andava via dalla verde valle, Lillino diceva a Lilletto che qualche fata stava guardando attraverso i vetri e si nascondeva….per loro due, quella era una bella occasione: dire forte, sotto alle finestre il desiderio più grande, avrebbe significato far realizzare il sogno…

Così, Lilletto, una sera, urlò verso una finestra: vorrei tanto una bicicletta rossa, come quella che ha Lillino.

Un attimo dopo udirono un fruscio di alberi e tutte le chiome, di verdi diversi, iniziarono ad ondeggiare….sembrava che gli alberi: lecci, peri e platani, stessero dando loro una risposta. I due bambini capirono che quello era un segnale. Gli alberi avevano risposto al soffio degli gnomi e delle fate, dovevano solo aspettare qualche tempo.

Tornarono a casa e sulla strada del ritorno Lillino fece giurare a Lilletto di mantenere il segreto, altrimenti il desiderio non si sarebbe realizzato. Lilletto avrebbe avuto voglia di dirlo ma confidò solo alla mamma che aveva avuto un desiderio e lo aveva detto sotto alla casa delle fate e degli gnomi della notte, la madre gli mise il pigiama, gli diede un bacio e gli disse di stare tranquillo che se avesse mantenuto quel desiderio, si sarebbe realizzato. Passò qualche tempo e un bel giorno, Lilletto trovò sotto ad un albero della casa delle fate la bicicletta rossa che aveva desiderato tanto. Cominciò a saltare di gioia e chiamò Lillino. Lillinoooo, Lillinoooo, vieniiiii.

Lillino stava aiutando la nonna con le buste della spesa e gli rispose:

Aspetta Lilletto, accompagno nonna a casa e vengo subito. In un attimo corse dall’amico e lo vide da lontano sulla bici, era felice e lui capì.

Ma dove l’hai trovata, Lilletto?

Sotto ad un albero della casa degli gnomi della notte, disse Lilletto.

I due allora corsero con le due biciclette rosse a fare merenda.

Guarda mamma, disse Lilletto alla bellissima mamma dai capelli neri che li stava aspettando con la mamma di Lillino che, invece, preparava i panini col miele e aveva un grembiule verde su cui cadeva una lunga treccia rossa.

Le due mamme si stupirono del dono e furono felici ma raccomandarono loro di andare piano sulla strada e di stare attenti agli animali che l’attraversavano per non ferirli.

Il tempo passava e i due bambini divennero grandi, le biciclette erano ormai piccole per loro ma avevano imparato dai nonni a lavorare con le mani, a fare il falegname ed il vasaio. I loro nonni difatti erano i più bravi della zona e così decisero che i due ragazzi andavano aiutati ad aprire una bottega e così una notte di Natale, sotto all’albero, i due ragazzi trovarono dei soldi: ogni nonno aveva pensato di donargli una somma per affittare un locale.

I due così, diedero i loro soldi al padrone di un negozio, lui voleva di più e allora decisero che avrebbero finito di pagare l’affitto col loro lavoro.

Andavano la mattina presto, si fermavano al Bar di Natalina, prendevano un buon cappuccino col cornetto e aprivano bottega.

Lillino lavorava bene il legno e dalle sue mani uscivano tavoli, sedie, scaffali, mensole, i nonni andavano ad aiutarli spesso e Lilletto metteva grossi mucchi di creta sul tavolo e faceva nascere cose nuove dalle sue mani.

Tutti si fermavano a guardarli lavorare attraverso il vetro della porta e tutti iniziarono a chiedere cose: una porta, un tavolino, un vaso, le ciotole…così i due ragazzi pagarono tutto l’affitto a Serafino, il padrone del locale.

Lavoravano tantissimo, Lillino inventò un tavolo che usciva fuori dal pavimento e premendo il bottone col piede, si richiudeva e tornava giù, scomparendo…era una specie di magia, tutti restarono meravigliati, finché un giorno entrò una signora e disse: compro io il tavolo che scompare, sono un’attrice famosa e vi darò tutto quello che chiedete per avere questo tavolo! I due si guardarono, felici.

Lilletto le propose di vedere le sue ciotole di ceramica, le aveva fatte al tornio e dipinte coi lustri più costosi e con l’oro.

La signora restò di stucco, non aveva mai visto nulla di simile, coi raggi di luce, l’oro delle ciotole si illuminava e quelle forme le sembrarono un sogno. Comprò tutto.

Dopo 2 anni i due ragazzi avevano la bottega più bella di tutta la zona e avevano clienti che andavano da ogni parte a prendere le cose più strane e belle che inventavano, così decisero, un giorno, di realizzare dei tavoli che scendevano dall’alto del soffitto con delle porticine di legno alle pareti dei muri, da cui uscivano su una lunga tavola tanti piatti, brocche e ciotole dai disegni più raffinati. Mentre il tavolo si apriva, dalle tavole scendevano gli oggetti di ceramica, delicatamente.

Come si chiamano quei tavoli? Chiese il padrone di un Bar che voleva acquistarli.

Si chiamano ” lilleri” , dissero i due amici.

Ahahahah, che strano nome disse l’uomo e costano tanti…lilleri, disse ridendo ai due.

Guardi, disse Lilletto, io ed il mio amico ci abbiamo messo tanti anni per progettarli e realizzarli, non è stato facile, è tutto fatto a mano da noi….

L’uomo gli propose, con disprezzo, una cifra inferiore al valore chiesto: non voglio pagare così tanto, disse!

I due amici si guardarono e Lillino disse al tizio:

caro signore, ci dispiace…ma SENZA LILLERI NON SI LALLERA !!

Un nuovo racconto dell’amica Patrizia Manni, figlia dell’Appennino Abruzzese ma molto…vicina. “La valigia delle cose belle”

LA VALIGIA DELLE COSE BELLE

Quante cose pulite, quante Persone pulite ho avuto la fortuna di conoscere…
Dentro di me restano:la neve, le rondini che a primavera giravano
attorno alla Torre Medievale, il suono delle campane che ora il
terremoto ha soffocato, l’emozione che provavo a vestirmi in costume
antico, il piacere che provavo a sentire il laccio del corpino
stringersi fino all’ultimo occhiello. Sentivo un orgoglio
ineguagliabile nello sfilare in corteo, sotto all’arco bellissimo del
Medioevo.

Mi regalarono una piccola valigia, avrò avuto 6 anni, conteneva un
piccolo telaio tondo, i fili, l’ago e dei corallini per fare collane,
una tronchesina ed una pinza, avevo imparato da poco a scrivere e
così ci scrissi sopra con la penna rossa : LA VALIGIA DELLE COSE
BELLE. La tenevo sotto al letto e prima di dormire l’aprivo sempre,
ogni volta che mi procuravo del materiale utile l’aggiungevo, era
diventata il mio piccolo laboratorio. Mio padre si trovava sempre a
constatare che qualche pezzetto di filo di rame gli mancava dal tavolo
di lavoro, e finiva lì, nel mio piccolo tesoro, insieme ai ritagli di
stoffa che mi regalavano le nonne. Dopo tanti anni vorrei rivederla
la mia valigetta e adesso so perché mi fermo sempre a guardare nelle
vetrine i trolley, gli zaini… Era un amore vero e proprio…aprirla,
ogni volta, mi dava un’adrenalina pazzesca, mi torna il tuffo al cuore
anche ora che ci penso. Com’eravamo puliti nel credere alle storie, a
non mangiare la “palmella” prima di Pasqua, eravamo bellissime, noi
tutte, che ridevamo per cose semplici…in quel mondo
di fiaba.
Ecco, non posso nominarvi tutti, ma tutti siete qui oggi, con me,
coi vostri genitori, i nonni…mi rendo conto che era, è, la nostra,
una GRAN FAMIGLIA.  Mi direte che non torno che raramente, avete
ragione ma non sopporto più vedere quelle strade vuote, le case senza
luce…mi fa male non vedere più Giustina mentre scendo a casa, non
incontrare la mia saggia amica Marianna.  Mi manca il suono del
campanello che mi annuncia Ada o zia Cleonice con zio Antonio,
salutare Olimpia e, più su, Tonino, che affacciato alla finestra, mi
riconosceva dal passo e mi chiamava prima di vedermi.Mi sembrano
pulitissime le nostre cose, viste da qui, da una capitale meravigliosa
ma sfatta dal luridume dei poteri. Ecco, volevo raccontare questo: la
gran voglia di fare, nella semplicità di gesti solidali e caldi. La
vera Gente, il Popolo da cui provengo…e questo per me, vale più di
qualsiasi medaglia d’oro al mondo… Ed ecco che qui torna la VALIGIA
DELLE COSE BELLE….quella che resta dentro di me ed ogni volta che si
apre è il vero scrigno di un tesoro che vede solo chi lo vuol
vedere…… Patrizia Manni

Valcenodialetto. Poesia di Valentina Selene Medici. (Bardi). Con traduzione. “A LIGNA – LA LEGNA”

A LIGNA

J’anavena a fa a ligna in te Sen
a me mamma e u me papà
cusèi qualche sodu i pudivena risparmià
che sultantu i tochi grossi gh’era da crompà.
L’era ina vacansa per non picenne.
Gh’era l’ombra, u su, l’acqua e a sabbia
e arenta a Furnasèn gh’era ina capelenna
per purtà i fiuri denansi alla Madunenna.
U mangià u se purtava da cà
turta de risu, de patate o ina bonna frità
e culle belle micche de pan de Furòn
con insimma oriu, tumata e sa
denansi a ioci anca mo i veido vurà.
Adessa di ani anca troppu n’è pasà
ma i ricordi in tu co i gh’en restà
perchè el cose belle i ne se pona miga scurdà.

LA LEGNA

Andavano a fare la legna in Ceno
la mia mamma e il mio papà
così qualche soldo si poteva risparmiare
che solo i pezzi grossi c’erano da comperare.
Era una vacanza per noi piccoline
c’era l’ombra, il sole, l’acqua, la sabbia
e vicino a Furnasèn c’era una cappellina
per portare i fiori davanti alla Madonnina.
Il mangiare lo si portava da casa
torta di riso, di patate o una buona frittata
e quelle belle micche di pane di Furon
con in cima olio, pomodoro e sale
davanti agli occhi me le vedo ancora volare.
Adesso degli anni anche troppi ne sono passati
ma i ricordi nel cuore sono rimasti
perché le cose belle non si possono dimenticare.