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Alla luce a Bardi un manoscritto che parla di un tesoro nel castello. 1^ Parte (r)

MISTERI SCONOSCIUTI NELLA FORTEZZA DI BARDI: Alla luce a Bardi un manoscritto che parla di un tesoro nel castello. 1^ Parte. By Valceno. Gazzettino Bardigiano mensile n. 61/1968

A causa del recente ritrovamento di un antico manoscritto e soprattutto per il suo contenuto, Bardi è diviso in due correnti: l’una che crede fermamente all’esistenza di un tesoro sepolto nel castello, l’altra che alza le spalle e ritiene siano fandonie. C’è o non c’è, questo tesoro? Premettiamo che non è fatto del tutto eccezionale che i valligiani credano a tesori lasciati dai loro antenati. Si sa per certo che tempo fa correvano voci fantastiche intorno a ricchezze sepolte nella Città d’ Umbria (tra il Barigazzo e il Pizzo d’Oca), per cui, fino all’inizio dell’ultimo conflitto. parecchi furono i montanari che scavarono in varie zone nella speranza di trovare un tesoro. Gli archeologi vi hanno trovato soltanto un’accetta di diorite conservata nel museo di Parma. Anche per quanto riguarda il “Groppo della Rocca”, un crostone roccioso che si erge sui fianchi del monte) gli abitanti parlano ancora di tesori. Anche in questo caso si potuto appurare che parecchi sono stati coloro che di notte si sono recati a scavare sulla cima e alla base, sulla quale esiste ancora oggi il pavimento di una chiesa scomparsa. Dobbiamo altresì aggiungere che che nel passato sul nostro Appennino si aveva paura dei ladri e quindi numerosi erano coloro che nascondevano il proprio gruzzolo sotto i mattoni del pavimento, nel muro delle pareti, in un angolo dell’orto e, negli ultimi tempi, sotto il pagliericcio del letto. Non vi sarebbe quindi nulla di straordinario nel fatto che una persona nel 1766 abbia scelto il castello per lasciare ai posteri la sua fortuna. Malgrado una certa riservatezza sul ritrovamento del manoscritto, qualcosa è trapelato e se ne parla specie nei locali pubblici. Quelli che sono convinti dell’esistenza del tesoro, fingono di non badarci, mentre si apprestano a preparare utensili adatti allo scavo. Sappiamo per sicuro che un bardigiano si è recato alle Officine Galileo di Firenze per acquistare un ricercatore elettronico col quale individuare esattamente il luogo ove è sepolto il tesoro.

E veniamo ai fatti che hanno determinato questa insolita corsa al tesoro. La scorsa settimana l’impiegato comunale Giacomo Quintavalla, che sta ricostruendo la storia del nostro castello, ha trovato tra gli atti in consultazione uno sbiadito foglio di carta rozza ingiallito dal tempo. Vi è scritto con inchiostro rossastro: “Comunitas Bardi Anno 1766 del Signore — Ormai a giunto il termine del mio tempo e voglio placare i miei sentimenti nel momento de la estrema letizia. Non lascio eredi miei, e quanto è nel mio possesso lo lascio per metà a chi lo ritrova e per l’altra metà alla donna che mi ha servito in anni della mia vecchiezza a cioè Romilda dei Rossi fu Francesco. Le cassette le ho sepolte nel posto che ho qui dipinto tre piedi sotto terra nel primo piano del Gran Castello (intorno vi sono altri castelli, ma di minor mole n.d.r.), sono anche racchiuse varie carte dei miei padroni e Signor Vassalli — Franco Tornabuoni, Bardi”. Sotto subito sotto lo scritto vi è un disegno mappa del locale che serviva da deposito armi e una crocetta che indica esattamente il punto del nascondiglio. Muniti di macchina fotografica e della “mappa” ci siamo addentrati nel locale. La porticina d’ingresso Si trova nel piazzale nobile del castello (ove sono gli uffici amministrativi) e immette in una prima camera, piuttosto buia, che riceve una luce fioca da una finestrella sopra la porta. Si scendono una decina di scalini sconnessi. I muri sono umidi e qualche calcinaccio si stacca dalle pareti, il pavimentato è e di terra battuta. Un’apertura introduce nel locale del tesoro vasto e illuminato da due finestre; FINE PRIMA PARTE

 

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