Vita in Appennino. Il “Medicone”, racconto di Fausto Ferrari (il brigante della Val Tolla). 1^ Parte

FOTO DI FAUSTO FERRARI

Con estremo piacere pubblico il racconto del “brigante della Val Tolla” Fausto Ferrari, figlio dell’Appennino (val d’Arda – PC), e quindi strettamente legato anche ai nostri limitrofi territori. La memoria, la riscoperta delle nostre antiche radici contadine sono qui descritte con un verismo ammirevole. Grazie Fausto, grazie di cuore. GBC
FAUSTO FERRARI: Un paese di pianura per quanto sia bello, non lo sarà mai abbastanza ai miei occhi perché io in pianura soffro di vertigini… Ho bisogno di torrenti scroscianti, di rocce dure, di grandi faggi, di pini selvatici, di boschi neri, di montagne, di cammini dirupati ardui da salire e da discendere, di precipizi d’intorno che mi infondano molta paura… BdV.
SU FAUSTO: Cerco di portare a conoscenza di tutti la storia della Valtolla. Il mio nome è Andrea Cavazzuto, detto “il duca della valtolla” di anni 34 di Pedina. Mi hanno fucilato i francesi di Napoleone il 28 Aprile 1806. Come tutti i briganti della Valtolla in realtà ero un patriota, ho combattuto l’armata di Napoleone e ho dato la vita per la libertà di questa Valle.

IL MEDICONE – 1^Parte

Le donne di Mocomero avevano già preparato in casa le fascine di vite e i paletti vecchi tolti dai filari della potatura, spezzati sulle ginocchia facendo leva con le braccia e ammucchiati ai lati dei camini anneriti e delle grosse stufe di ghisa. L’inverno era nell’aria da giorni. I vecchi lo sentivano aggirarsi per la campagna di brina, così come i loro smagriti cani da “paièr” sentivano le lepri nascoste tra i solchi fumosi dell’aratura. Nei pollai sgangherati di fango ed escrementi pestati insieme, i galli intristivano le loro compagne, evocando la neve con canti rauchi e prolungati oltre il solito che si perdevano echeggiando nella valle, per rimbalzare e spegnersi tra i contrafforti delle grandi colline boschive, che da questa parte della valle arrivavano su fino a Monte e dall’altra fino ai Gallosi e Vitalta. Le galline infreddolite muovevano a scatti la testa, arruffate tutte insieme in qualche cantuccio, addormentandosi su una sola zampa e svegliandosi per un nonnulla. Gli uomini erano rientrati presto dai boschi, con le scuri luccicanti sulle spalle, le roncole appese di lato ad uno dei passanti delle braghe e la zappa ancora tra le mani. Alte nel cielo, sopra quelle quattro case annerite, transitavano, come oscuri convogli di guerra, lunghe file di corvi affamati in marcia verso un obiettivo segreto. Il vento montano del pomeriggio inoltrato aumentava di forza, trasportando corpuscoli gelati, facendo sussultare e ticchettare i vetri delle finestre contro le vecchie intelaiature ricoperte ai bordi di stucco rossiccio che andava sgretolandosi. Per ognuna di quelle vecchie case di sasso e di legno, c’era qualcuno che osservava, e come di sentinella aspettava. I più anziani fumavano impassibili chi la pipa e chi il toscano, biascicandone di quest’ultimo ogni tanto un pezzo e sputando giallastro a terra: “A quest’ora dovrebbe essere già qui da un pezzo”. L’atteso non era mai mancato, arrivava sempre i primi di dicembre, a mattina inoltrata o di primo pomeriggio. Un ospite speciale, figlio di quella stessa terra, rispettato e amato come nessun altro forestiero che fosse capitato nel villaggio. Sapeva medicare e guarire, conosceva strane parole contro ogni male, formule e gesti per scacciare le malattie delle bestie di stalla, erbe e radici per i “mistèr dal donn”, pomate e decotti nauseabondi per i “nerav a caval” dei boscaioli e dei contadini. Era il medicone, colui che il prete aveva tentato inutilmente di far passare come un mandato dal diavolo. Lo “Strion”, scivolò veloce dal dritto sentiero che proveniva da Vidalta verso le prime case del villaggio. “Eccolo, è arrivato!”, gridò la Marièta, uscendo di casa. Tutti accorsero fuori ad accoglierlo, man mano che l’uomo si avvicinava, però, cresceva uno stupore del piccolo gruppo in attesa. Aldone, così si chiamava il mite “Strion”, trainava barcollando due grosse borse lise di tela unta e polverosa, respirando affannosamente e con fatica. A tratti si fermava ansimando e osservando, con occhi arrossati, le macchie scure che lo attendevano. Si portò con forza le mani a stringere l’addome come per una fitta dolorosa, lasciò cadere le due borse in mezzo alla strada, facendo un faticoso gesto di saluto e di andargli incontro. La sua lunga barba bianca era fradicia e gialliccia, macchiata di vino accanto alla bocca e di briciole tutt’attorno, gli occhi piccoli e infossati, le unghie delle dita squadrate e nere. Aldone era malato, dopo averli fissati bene e a lungo, con occhi stanchi di vedere, riconobbe e salutò uno per uno, tutti i suoi amici dell’inverno. Sorrise a tutti, rimase per un po’ con gli occhi incantati alle colline ormai buie, tossì dolorosamente e coricandosi lentamente a terra si addormentò. Gli uomini più robusti si adoperarono, seguiti da tutto il gruppo, per trasportarlo con mille cure nella stalla di Gianètu che era la più grande e calda di tutto il piccolo villaggio. I primi fiocchi di neve cominciavano a sfavillare tra i muri di sasso delle case che respiravano la presenza del loro benefattore, perfino i folletti del ghiaccio smisero di ricoprire le rocce e gli arbusti di splendidi fiori di ghiaccio sottile.

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