VALCENOLANDI. LA NOBILE PLACIDIA SPINOLA DI RICCARDO DE ROSA.

Placidia Spinola è il terzo personaggio femminile di spicco del ramo principesco dei Landi. Figlia di Filippo, Marchese di Venafro, e di Polissena Grimaldi, dei Principi di Gerace, sposò a Genova nel 1598, con una più che sontuosa dote di 50000 scudi, Federico Landi. Il suo non fu un matrimonio dei più felici: il marito ebbe sempre un atteggiamento freddo, distaccato e poco comunicativo nei suoi confronti, oltre ad avere molte relazioni extraconiugali dalle quali nacquero anche 2 figli a Milano. Placidia dimostrò di essere una donna colta, preparata e di notevole indipendenza, guidò infatti lo Stato appenninico durante le reiterate assenze del marito, dando ottima prova delle sue capacità e occupandosi di giustizia, amministrazione, legislazione con equilibrio e buonsenso riuscì a conquistare la fiducia e l’ammirazione dei sui sudditi. A partire dal 1604 accolse nella sua casa i tre piccoli orfani Grimaldi e li crebbe assieme ai due figli avuti da Federico trattandoli tutti nello stesso modo, tanto che i tre nipoti la considerarono sempre come la loro vera madre. Notevole fu anche il suo impegno nel trovare per Giovanna e Onorato Grimaldi matrimoni a loro adeguati, scegliendo per loro due sposi in casa Trivulzio a Milano. Nel 1627 combinò inoltre il matrimonio tra la figlia Maria Polissena (l’unica figlia rimastale dopo che il maschio, Francesco, era morto piccolo) con il Principe e Marchese di S.Stefano d’Aveto Giovanni Andrea Doria. Fu proprio in occasione di questo matrimonio che i rapporti tra Placidia e Federico ebbero il loro tracollo definitivo. Federico, infatti, ebbe la non felice idea di inserire nell’atto dotale di Polissena anche i suoi figli naturali. Da quel momento Placidia trascorse sempre meno tempo nei feudi e possedimenti del marito, preferendo trascorrere periodi sempre più lunghi a Genova con la figlia, anche lei sempre più distante dal padre e dalle comunità montane dei Landi. Placidia morì a Genova nel 1644, lasciando tutti i suoi beni a Polissena, escluso un notevole numero di legati pii a vari istituti di beneficenza a Genova e Bardi, come era nella tradizione del patriziato genovese.

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