VALCENESI DIMENTICATI O…………QUASI. N. 6. BY DIZIONARIO BIOGRAFICO DEI PARMIGIANI di ROBERTO LASAGNI.

CAVACCIUTI GIOVANNI
Cereseto di Compiano 18 maggio 1815-Parma 29 giugno 1874
Dopo essere scampato al pericolo di vedersi forzatamente avviato alla carriera ecclesiastica, il Cavacciuti, terzogenito di un ricco proprietario terriero, diede inizio alla sua formazione scolastica, applicandosi con dedizione e impegno, fino a raggiungere nel giugno 1835 la formula probatoria dell’attestato scolastico (Johannem Cavacciuti inter optimos promotum testor) che gli aprì le porte dell’Università o più propriamente, viste le coercizioni verificatesi a Parma all’indomani dei moti del 1831, delle Scuole superiori. Avendo scoperto la sua particolare inclinazione per la medicina, si lasciò guidare da questa sua vocazione che lo accompagnò per tutta la vita. A ventitré anni, morto il padre, chiamato a gestire la cospicua proprietà terriera familiare, che da Cereseto di Compiano si estendeva in tutta l’ubertosa terra bassopadana del commissariato di Borgo San Donnino, ritrovatosi capofamiglia, cominciò a dividersi tra studio e amministrazione, tra i testi di medicina e i libri contabili, tra i malati e i mezzadri e tra spedali civili e poderi. Uomo di eccelse virtù, tra cui fondamentali la curiositas, la vagatio e l’observatio, il Cavacciuti venne spinto dall’illustre medico Giacomo Tommasini a intraprendere un’indagine itinerante per i maggiori spedali d’Italia, che fosse il più possibile esaustiva e ricca di interessanti informazioni, così da rendere la tesi di laurea assegnata dal medico stesso non speculativa ma sperimentale e quindi maggiormente degna di elogi. Per essere facilitato nella stesura della sua fatica Sul progresso della medicina considerata in relazione al progresso delle altre scienze ed arti, il Tommasini lo consiglio di recarsi a Bologna, Firenze, Pisa, Napoli e Roma, dove avrebbe sicuramente trovato una preziosa fonte per le sue ricerche. Il Cavacciuti fu inoltre accompagnato da alcune lettere di presentazione redatte dell’insigne ostetrico Rossi e da Carlo Speranza, predecessore del Tommasini nella cattedra di clinica medica e titolare della cattedra di medicina legale e igiene pubblica per lui appositamente istituita. Il Tommasini stava infatti dedicandosi alla stesura di sue Riflessioni patologico-pratiche quale risposta ad alcune obbiezioni pubblicate contro le massime da lui stesso sostenute. Aveva sentito quindi forte l’urgenza di aggiornarsi in maniera più approfondita sul modo di procedere nelle diverse scuole cliniche dei vari stati italiani. Il Tommasini prima dell’assegnazione della tesi di laurea al Cavacciuti, ne aveva potuto sperimentare la diligenza e la buona volontà quando questi lo aveva seguito con tanta attenzione nel suo secondo triennio della facoltà, scrivendo veloce le sue lezioni di medicina teorico-pratica e i suoi trattamenti patologico pratici. Ne aveva inoltre potuto apprezzare la bravura quando, spinto da un sincero amore filiale, il Cavacciuti si era dimostrato abile, armato di lanciuola pel salasso, nell’eseguire le cavate di sangue prescritte dallo stesso Tommasini al padre Paolo. Dalle letture delle prolusioni accademiche parmensi del medico, dal titolo il Discorso sull’amor del patrio suolo degli allettamenti e delle difficoltà dell’arte medica, nonché delle morali qualità che convengono al vero medico, il Cavacciuti apprese come i medici, per essere veramente tali, dovevano innanzitutto mostrarsi filantropi e compassionevoli, preoccupandosi di instaurare, per la crescita e lo sviluppo del sapere scientifico, rapporti e relazioni di vera amicizia con i colleghi. In realtà, nonostante la lodevole affermazione di tali ammirevoli principi, non pochi medici sparsi un po’ ovunque in Italia, non erano affatto amici del Tommasini, vuoi per invidie e sterili gelosie nei confronti della clamorosa fama di cui si era circondato, vuoi per la troppa stima che il medico parmigiano aveva di sé stesso, stima che lo portava a trasformare quella colleganza da lui tanto osannata, in sudditanza. Vista l’atmosfera piuttosto tesa che si respirava in quegli ambienti, le lettere credenziali redatte dal Tommasini avrebbero rischiato di rendere il Cavacciuti sospetto o non gradito, intralciandolo nel suo lavoro di ricerca. Grazie alle raccomandazioni del Rossi e dello Speranza, che oltre a trovarsi in quel momento all’apice del suo cursus honorum, era ritenuto un legittimista conciliante e autorevole, il Cavacciuti durante il suo viaggio di quattro mesi in giro per l’Italia, diventò una sorta di missus dominicus. Al ritorno dalla sua entusiasmante esperienza, presentò un preciso e puntuale saggio, dal quale risulta un osservatore franco, attento, genuino, severo e, per certi aspetti, anche graffiante, per niente suggestionabile o influenzabile. Dai suoi dettagliati resoconti riportati su un piccolo diario dalla copertina grigio perla, dalle pagine fitte di appunti, che non videro mai la stampa, se non in minima parte, si viene a sapere come nella prestigiosa Clinica medica di Bologna, senza alcuna divisione si trovassero insieme i petecchiali e gli esantematici, vigendo ancora per qusto tipo di morbosità la teoria aerista di Galeno che ravvisa le cause morbose nell’aere corrotto e nei miasmi, non considerandosi la controteoria contagiosa che ravvisava invece tali cause nelle particelle infettanti e nei contagi. A Firenze il Cavacciuti assistette alle lezioni del cesenate Maurizio Bufalini, professore di Clinica medica nell’Arcispedale di Santa Maria Nuova, che basterebbe da solo a rendere celebre qualunque Università, acerrimo avversario per molto tempo del Tommasini, a cui contendeva la palma di novello Ippocrate. Il Bufalini, che si era mostrato ostile al medico parmigiano dal 1815, quando questi era stato a lui preferito per la cattedra di clinica medica nell’Archiginnasio bolognese, faceva parte di quei medici che negavano la contagiosità del colera, sostenendo che l’epidemia era dovuta a un’influenza miasmica e che la salubrità del cielo sarebbe stata atta a respingere da sé sola la forza del crudel morbo dalle belle contrade d’Italia. Da Firenze il Cavacciuti si trasferì all’Università granducale di Pisa e da lì a Livorno. Tristissima fu l’impressione che riportò alla visita al grande Ospedale degli Incurabili di Napoli, dimostratosi a suo dire veramente immondo, indecente, di non facile accesso e con infermerie poco illuminate, letti bassi, coperte colorite, per non parlare poi delle lezioni a cui aveva assistito, dalle quali era uscito sconvolto. Non migliore impressione ebbe dalla Biblioteca universitaria, sprovvista e assai povera di articoli originali. Lo stato poi della clinica di ostetricia e di oftalmologia del professor Quadri che medicava quasi tutti i malati con un pennellino intinto nel laudano non poteva essere peggiore e pel servizio de’ malati e per la pulitezza delle sale, sprovviste persino delle tabelle statistiche ovvero delle cartelle cliniche. Quanto alle condizioni igieniche, discretamente ben tenuta gli sembrò la Clinica medica romana, anche se vi notò moltissime mosche che, insieme alle pulci, potevano ritenersi endemiche nella città quanto le febbri. Lo stesso Cavacciuti fu colpito dalla mal’aria che dall’Agro Romano era giunta a infestare il suburbio della città eterna tramite nuvoli di insetti tra cui le zanzare malarigene, costringendolo suo malgrado a rimpatriare anzitempo. Diventato il 22 luglio 1842 dottore in Medicina, dopo aver sostenuto una brillantissima prova, e quindi chirurgo maggiore, il Cavacciuti il 24 novembre dello stesso anno figura quale astante per la Clinica medica con rescritto Sovrano. Verso il 1845 sposò Anna Capelli, figlia di Francesco, notaio in Cortemaggiore. Con il trascorrere degli anni, i momenti in cui il Cavacciuti e la moglie poterono stare insieme andarono sempre più diminuendo: lei a Cortemaggiore, indebolita ed esaurita per le numerose gravidanze che la resero madre di ben sedici figli, lui a Parma con la qualifica di assistente di Clinica e controllore delle vaccinazioni antivaiolose, diviso tra l’attività clinica in Ospedale, le lezioni agli studenti, le consultazioni private a una selezionata clientela, nel suo gabinetto delle visite in Borgo delle Callegarie 15, e le visite a domicilio dei malati. Il Cavacciuti, divenuto consigliere del Protomedicato, si vide affidato nella ricostituita Regia Università, con decreto sovrano del 15 novembre 1854, l’insegnamento di patologia (che tenne per vent’anni), non più considerata come l’astratta scienza delle malattie da lui appresa venti anni prima, ma come la concreta scienza di quel caput mortuum dove le malattie si concludono e si riconoscono. Fondamentale per l’apprendimento degli aspiranti medici, risultò l’apporto di quei pezzi anatomici che sotto vetro a secco o immersi in generi differenti di liquidi, portavano chiari i segni macroscopici della patologia da cui erano affetti. La sua scienza medica, oltre ad aver avuto il merito di essersi servita dello stetoscopio, vide l’abolizione del salasso inteso come pratica stereotipata e partecipò alla battaglia per l’isolamento contumaciale contro il colera, riesploso a Parma nel 1855 con ben ottomiladuecento vittime, e per l’obbligatorietà della vaccinazione antivaiolosa. Fondò e fu Direttore del Gabinetto Patologico. Si tolse la vita nel 1874. La lapide in sua memoria nel cimitero della Villetta lo dice nato a Cortemaggiore. Lasciò alcuni lavori scientifici. La scienza medica seguita dal Cavacciuti, pur non essendo ancora in grado di adottare quei criteri di analisi chimico-meccanica che consentirono al biologo Claude Bernard e ai fisiologi tedeschi di preparare alla clinica una nuova pista di lancio, tuttavia compì il massimo sforzo per essere il più possibile aggiornata. Nonostante il percorso didattico e di ricerca del Cavacciuti non si presentasse a prima vista come quello di un patologo innovatore, navigando tra la medicina vetus di Galeno e la medicina nova di Laennec, lo sforzo di aggiornamento da lui compiuto fu comunque per quei tempi veramente ammirevole. Anche se non intraprese viaggi in Europa, viaggiando attraverso l’Italia ebbe il merito di mettere a confronto tra loro insegnamenti, teorie e pratiche di una medicina ancorata alle istituzioni e strutture relativamente arretrate di un paese ancora diviso territorialmente e separato dal resto d’Europa.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 117; Annuari dell’Università di Parma dal 1854-1855 al 1874; F. Rizzi, Professori, 1953, 80; U.A. Pini, Vecchi medici, 1960, 29; G. Cosmacini, Una dinastia di medici. La saga dei Cavacciuti Moruzzi, Milano, 1992; M.C. Testa, in Parma Economica 4 1997, 165-179.

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